Covid-19. Nonostante gli appelli, nessun passo avanti verso la regolarizzazione dei migranti

In questi giorni siamo angosciati perché le nostre vite sono state confinate dentro le case, che siamo fortunati ad avere. In attesa di poter ritornare a guardarci negli occhi e non attraverso uno schermo, non prestiamo attenzione a quanto accade nelle frontiere di terra e di mare. Le barche continuano a partire e, quando non vengono fermate dalla guardia costiera libica – che con l’aiuto di Frontex e delle capitanerie di porto d’Italia e Malta, compie dei veri e propri respingimenti – affondano nel silenzio.

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Foto di Silvia Di Meo

 A Lampedusa fino a metà marzo sono arrivate piccole imbarcazioni in modo autonomo e le persone sono state lasciate sul molo per quasi 24 ore per essere poi imbarcate per Porto Empedocle.

Le Prefetture in questi giorni stanno richiedendo di ampliare i posti in accoglienza, perché con l’ultima circolare del ministero dell’Interno si ribadisce che nessuno può essere dimesso dai centri, e che i nuovi arrivati – dopo un periodo di quarantena presso strutture “emergenziali”-  devono trovare posto in CAS non affollati.

Neanche il virus riesce a scalfire l’assurda politica che costringe migliaia di persone ad essere escluse da uno status legale e dalle misure di sostegno. In Portogallo hanno attuato una regolarizzazione dei migranti per garantire a tutti l’accesso alle cure e tutelare loro e l’intera collettività.

In Italia, dove paghiamo gli effetti di vent’anni di politiche migratorie produttrici di irregolarità, niente sembra muoversi in questa direzione, nonostante i diversi e ripetuti appelli ad un’immediata regolarizzazione dei migranti.

E sul territorio continuano gli episodi discriminatori, come ci racconta Bacth, ragazzo nero che fa le consegne per una nota catena di fast-food a Palermo, dicendoci che nello svolgimento delle consegne, lui viene fermato sistematicamente dalle forze dell’ordine, a differenza dei suoi colleghi bianchi.

Alcuni CAS non ricevono più il catering perché le ditte hanno paura di fare le consegne all’interno di centri per migranti.

Alagie ci riferisce di essere rimasto senza lavoro di cuoco in un noto ristorante palermitano, e di non avere diritto al sussidio, perché a differenza dei suoi colleghi, non lavorava con un contratto.

Gift, che lavora in strada prostituendosi, dopo essere stata sfruttata per anni, adesso lavora in proprio, in attesa sempre di un percorso alternativo alla strada, e ci dice che nonostante i problemi economici, in questo momento riesce a dormire senza l’assillo di dover vendere il proprio corpo. Ma quali tutele sono state previste per le persone che si trovano in queste condizioni?

A noi fa di gran lunga più paura la disumanità che si vede anche in questi giorni, in cui si sacrificano tutte le categorie di persone irregolari, precarie, sfruttate, di cui il capitalismo ha sempre bisogno per reggersi in piedi, anche nei momenti di un’emergenza come quella che stiamo vivendo.

Anche in questo periodo ci facciamo forza con le storie che non ci fanno perdere la speranza, come quella di Selam, ragazza in sedia a rotella a causa delle violenze subite in una prigione libica, e arrivata viva a Palermo dopo un viaggio pericolosissimo. Dopo l’arrivo in Italia, l’abbiamo accompagnata nel percorso di ricongiungimento con la famiglia in Svezia. Dopo quattro anni, Selam è sì ancora su una sedia a rotelle, ma la scorsa settimana è diventata mamma e ha voluto farci vedere il suo miracolo, condividendo con noi il suo pensiero: “Non mollate perché siete forti, avete un grande cuore e ritornerete a correre insieme ai vostri figli, come io farò con il mio”.

 

Alberto Biondo

Borderline Sicilia


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