La fabbrica dell’invisibilità e del disagio sociale

“Questa è l’ultima volta che ci vediamo, mi vergogno profondamente di quello che ho fatto e di quello che mi stanno facendo, ho perso la dignità. Mi vergogno, scusami, ma devo cambiare aria, perché non voglio diventare un animale senza pietà, lo devo fare per il mio bimbo che ha bisogno dei soldi per potersi curare”.

Foto di Silvia Di Meo

Queste sono le parole di Anuar, ingegnere tunisino di trentotto anni, da quattro in Sicilia per uno scopo: trovare lavoro per guadagnare più soldi possibili e curare il figlio affetto da una malattia rara. Anuar era titolare di un permesso per motivi umanitari e ha perso l’accoglienza circa cinque mesi fa.

Ho conosciuto Anuar alla stazione per caso e ogni volta che lo incontravo mi chiedeva se avessi un lavoro per lui.

Alla fine ha ceduto alle pressioni e ha cominciato a spacciare, pentendosi dopo tre giorni e decidendo di lasciare Palermo: “Non posso uccidere ragazzi e ragazze per salvare la vita di mio figlio, devo fare altro e lo devo fare lontano da questa città, che ormai mi ha spogliato di tutto, anche dei miei valori. Mio figlio non potrà mai essere orgoglioso di me”.

Anuar si volta, neanche mi stringe la mano, e con gli occhi bassi va via. Da quel momento è diventato un fantasma, uno dei tanti che si aggirano per Palermo, per la Sicilia, per l’Italia e l’Europa.

Come Souleiman, che vorrebbe rinnovare il suo permesso per motivi umanitari, ma che non può più farlo a causa di una legge che ha cancellato questo diritto.

Come Marie, che fa la bambinaia presso una famiglia benestante di Trapani, la quale ha pensato bene di farle un contratto di poche ore a fronte del lavoro senza limiti che svolge. Anche lei si ritroverà presto invisibile e ancora più facilmente sfruttabile.

Come Lamin, giovane gambiano che ha fatto un tirocinio in un noto ristorante palermitano, lavorando senza sosta notte e giorno, con la promessa di un contratto. Ma il fatturato non è quello che i datori di lavoro speravano, e così è stato messo alla porta con il permesso in scadenza e appena neomaggiorenne vedrà svanire il sogno di creare una famiglia.

Storie simili, figlie di una legge criminogena, figlie di una disumanità che vedrà sempre più in strada invisibili come Anuar, Souleiman, Marie e Lamin.

 

Il sistema di accoglienza allo sbando

Alle leggi ingiuste si affiancano prassi che rendono il sistema di accoglienza sempre più carente, anche nei confronti di chi è sopravvissuto ai naufragi vedendo morire amici e parenti, abbandonato senza alcun supporto psicologico, tanto da far preferire di continuare il viaggio e rinunciare all’accoglienza.

Accoglienza e trasferimenti che seguono un meccanismo perverso in cui le persone come soprammobili sono spostate senza criterio. Come già avvenuto per i precedenti spostamenti da Lampedusa fatti in fretta e furia per liberare un hotspot allo sbando, le Prefetture hanno spostato coloro che erano presenti nei centri di Palermo, Caltanissetta ed Enna per fare posto a quelli in arrivo da Lampedusa. Le persone che hanno un minimo di rete di supporto non vogliono lasciare i centri per andare in un territorio che non conoscono, quindi in molti casi lasciano l’accoglienza e restano sul territorio senza una fissa dimora.

Ci domandiamo quale sia la logica di queste prassi. Perché i richiedenti asilo presenti da mesi nei CAS vengono trasferiti per fare posto a persone appena arrivate? E perché comunicare i trasferimenti solo 24 ore prima?

Non ci è arrivata ancora nessuna risposta, ma immaginiamo che sarà la solita “Ordini da Roma”.

Poi ci sono cooperative che non riescono più ad andare avanti e riducono ai minimi termini l’accoglienza, come ci riferiscono gli ospiti del CAS “San Francesco” di Palermo – gestito da Badia Grande, e adesso chiuso – che non hanno percepito il pocket money. E a seguito della chiusura, le famiglie che vi erano ospitate sono state trasferite nel CAS “Mercurio”, gestito dalla cooperativa Umana Solidarietà, che però non è attrezzato per ospitare nuclei familiari con bambini, generando nuove proteste presso la Prefettura. La chiusura dei CAS ha riguardato anche i centri “Villafrati” e “Pozzo di Giacobbe” a Palermo, i cui ospiti sono stati trasferiti a Trabia, dove ha riaperto il CAS gestito dalla cooperativa “Nuove Generazioni”, causando l’ennesimo sradicamento.

Sul fronte dell’accoglienza prefettizia l’ultima novità riguarda l’introduzione di un codice identificativo assegnato ad ogni richiedente asilo e di un badge che dovrà essere strisciato per certificare la presenza in accoglienza. Abbiamo già visto che un sistema come questo, adottato al CARA di Mineo, ha prodotto solo l’incremento delle revoche dell’accoglienza e il fiorire di truffe e mercato nero. Inoltre, potendo gli operatori strisciare il badge solo all’interno della struttura, saranno resi più difficoltosi gli accompagnamenti esterni o le prestazioni svolte all’esterno, come le mediazioni in ospedale nel caso in cui una persona ospite del CAS venga ricoverata. Quindi, da un lato si taglia drasticamente rendendo quasi impossibile la fornitura dei servizi minimi e dall’altro lato si rende più oppressivo il sistema di controllo.

Abusi e soprusi che avvengono anche in molti centri per minori in cui a fronte dei mancati pagamenti da parte dei Comuni, gli enti gestori non provvedono ai bisogni degli ospiti e non pagano stipendi, spingendo i minori ad andare via.

Ed infine, giusto per rendere questo Natale ancora più macabro, ieri è arrivato l’ultimo regalo con la vergognosa circolare del Servizio Centrale che sollecita l’uscita dagli SPRAR/SIPROIMI dei titolari di protezione umanitaria entro il 31 dicembre. Persone, tra cui bambini e molti vulnerabili, che aumenteranno il numero delle persone per strada.

E mentre molti Tribunali continuano a far rispettare i principi costituzionali – come con la sentenza del Tribunale di Roma, secondo cui i respingimenti sono illegali, – i rappresentanti politici continuano a portare avanti politiche razziste e discriminatorie che sono la causa delle stragi infinite in mare.

In questo panorama in cui non si arresta l’arretramento del rispetto dei diritti delle persone, dobbiamo registrare che negli ultimi mesi abbiamo ricevuto diverse segnalazioni relative a rimpatri di cittadini gambiani, anche vulnerabili, molti avvenuti dopo il trattenimento presso il CPR di Caltanissetta.

Oggi che più che di diritti dobbiamo parlare di privilegi per pochi, tutti siamo chiamati a difendere la libertà di vivere una vita degna, vera, appassionata, tutti compresi Anuar, Souleiman, Marie e Lamin, e tantissimi altri invisibili.

 

Alberto Biondo

Borderline Sicilia


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