Dopo l’ennesimo sgombero, un aggiornamento dall’accampamento di Pian del Lago

A metà marzo le forze dell’ordine hanno nuovamente sgomberato l’accampamento di Pian del Lago, a Caltanissetta, ottenendo solo il temporaneo allontanamento delle persone che avevano trovato un rifugio precario sotto il cavalcavia della vicina strada statale. Dopo l’operazione di polizia svolta all’alba, alcuni migranti sono stati effettivamente accolti presso centri di prima accoglienza di Caltanissetta, mentre molti altri, non avendo un altro luogo dove andare, sono stati costretti a ricostruire l’accampamento la notte stessa.

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Gli sgomberi: una pratica inutile per risolvere il problema

Gli esiti dello sgombero precedente, quello di dicembre, li avevamo raccontati nell’ultimo report, denunciando l’inutilità di una pratica ormai ciclica che non incide in nessun modo sulle reali cause che spingono i migranti a vivere in quelle condizioni. Gli sgomberi rappresentano forse una prova di forza necessaria per placare l’opinione pubblica locale, ma certamente non sono una risposta adeguata al problema dei tanti migranti costretti, per motivi diversi, a vivere per strada. Per evitare realmente che così tante persone sopravvivano in quelle condizioni – senza servizi basilari e solo grazie alla solidarietà di altri migranti e di associazioni di volontariato che distribuiscono cibo e coperte – bisognerebbe scardinare una serie di prassi amministrative che determinano questa situazione. La risposta dovrebbe essere politica e non affidata a chi gestisce l’ordine pubblico.

Tra l’altro, vivere in quelle condizioni mette a rischio l’incolumità delle persone, sia per le inevitabili tensioni che il disagio abitativo comporta tra i migranti, sia per altri pericoli: qualche settimana fa, ad esempio, dal pilone autostradale si è staccato un pezzo di cemento armato che ha colpito un giovane migrante, fortunatamente senza gravi conseguenze.

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Alla base dell’esclusione: burocrazia lenta e prassi incerte

La nazionalità più numerosa tra gli ospiti forzati del campo è sicuramente quella pachistana. Le situazioni sono diverse: da una parte ci sono coloro i quali attendono la formalizzazione della domanda di asilo e un posto nel C.A.R.A.; dall’altra numerose persone che sono tornate a Caltanissetta per il rinnovo del permesso di soggiorno e aspettano mesi per una semplice pratica burocratica. Per quanto riguarda i richiedenti asilo, la lentezza nell’evasione della domanda sarebbe dovuta ai tempi della competente commissione territoriale, la sezione di Caltanissetta, che fa capo a quella di Siracusa. La Commissione territoriale, infatti, tiene le audizioni soltanto una volta alla settimana, con tempi quindi assolutamente non adeguati al numero di richieste presentate in provincia.

La questione del rinnovo del permesso è invece diversa. I pachistani potrebbero ottenerlo anche nelle questure delle province in cui vivono e lavorano (molti di loro vengono infatti dal nord Italia), ma non avendo la possibilità di ottenere un certificato che attesti la loro residenza presso un domicilio certo sono costretti a tornare nel capoluogo nisseno e a vivere in quelle condizioni anche per 5 o 6 mesi. Nonostante siano già titolari di una protezione da parte dello Stato, quella che dovrebbe essere una semplice formalità si trasforma, invece, in un buco nero che può durare anche mesi. È chiaro, dunque, che sono tali problemi burocratici a obbligare queste persone a vivere in condizioni non dignitose a soli trecento metri dagli uffici della Questura.

 

I respingimenti su base nazionale: una pratica che crea emarginazione

Fra gli africani che trovano riparo nelle tende di fortuna costruite sotto i piloni della statale 640 la maggior parte sono ivoriani. Il gruppo di cui abbiamo dato notizia nel report precedente, è accolto ora presso il C.A.R.A. Dopo essere finiti in un CIE, scaduti i tempi di trattenimento, i giovani ivoriani sono stati messi alla porta con l’ordine di lasciare il territorio entro 7 giorni. Grazie all’orientamento legale ricevuto dagli operatori di Oxfam Italia – che monitorano costantemente la situazione dell’accampamento nell’ambito del progetto #Openeurope – e all’assistenza legale dello Sportello Immigrati – associazione attiva da anni a Caltanissetta che supporta gratuitamente i migranti in difficoltà avvalendosi di avvocati e mediatori linguistici – questi migranti hanno potuto presentare ricorso contro il respingimento. Due settimane dopo sono riusciti a manifestare la loro volontà di richiedere asilo presso la competente questura e successivamente, dopo circa un mese di permanenza nell’accampamento, sono stati accolti nel C.A.R.A. dove attenderanno l’audizione in commissione.

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Purtroppo nel momento stesso in cui questi ragazzi lasciavano la tendopoli, altri 15 ivoriani venivano rilasciati dal CIE, trovando riparo nell’accampamento di fortuna. La storia sembra la fotocopia di quella che abbiamo appena raccontato. I 15 cittadini della Costa d’Avorio sono sbarcati a Trapani probabilmente il 23 marzo, dopo un salvataggio a largo delle coste libiche di 313 persone da parte della nave mercantile Val D’Aosta; hanno passato circa 6 giorni presso l’hotspot di Milo per poi essere trasferiti nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Caltanissetta, dove hanno passato due notti per poi uscire con in mano un decreto di respingimento (precedentemente notificatogli) e l’ordine di abbandonare il paese entro 7 giorni.

Il racconto di ciò che è accaduto a Trapani a questi ragazzi è grave e contrario alle procedure necessarie a garantire l’accesso alla procedura di richiesta di protezione internazionale. Al momento dello sbarco, infatti, nessuno ha chiesto loro i motivi del viaggio e nessuno ha fornito informazioni adeguate circa i loro diritti. Hanno solo ricevuto un foglio con delle informazioni generiche sulla protezione internazionale che però non hanno compreso, dato che molti di loro sono analfabeti. Sono stati poi costretti a firmare un altro foglio senza che nessuno traducesse loro ciò che vi era scritto (si trattava molto probabilmente del decreto di respingimento).

È la seconda volta che siamo testimoni di questa pratica gravissima nei confronti degli ivoriani. Se si smettesse di decidere chi ha diritto alla protezione internazionale sulla base della nazionalità, dando invece dignità alle singole storie personali, e si rispettasse il diritto ad essere informati puntualmente sulla procedura di asilo, si eviterebbe certamente l’esclusione indiscriminata di questi migranti dal sistema di accoglienza. È paradossale che persone respinte dopo lo sbarco sulla base della loro nazionalità ottengano successivamente una qualche forma di protezione da parte della stessa Pubblica Amministrazione che li aveva esclusi in precedenza.

Sono proprio queste pratiche lesive dei diritti fondamentali dei migranti che alimentano il circuito dell’invisibilità e che riempiono accampamenti informali come quello di Pian del Lago. Agire politicamente sulle prassi illegittime è l’unico modo serio per evitare quelle forme di esclusione che vengono poi ciclicamente “sistemate” con l’intervento delle forze dell’ordine senza ottenere nulla se non ulteriore disagio e marginalità.

 

Nicolas Liuzzi

Borderline Sicilia Onlus