“Italyisverygood!”

Sono giorni veramente caldi e non solo per la temperatura costantemente intorno ai 40 gradi, ma perché la violenza del sistema attuale si sta manifestando in tutto il suo carattere discriminatorio e assassino. Sì, perché è criminale riportare in Libia migliaia di persone per bloccare gli arrivi in Italia, facendo accordi con milizie colluse con i trafficanti. Si tratta di respingimenti collettivi, di cui l’Italia si è già macchiata in passato e per i quali è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Un’immagine ripresa durante lo sgombero in via Curtatone, a Roma – Ph. La Repubblica

È criminale stringere accordi con paesi che non rispettano i diritti umani pur di esternalizzare i controlli delle frontiere europee. È criminale avere creato le condizioni per fermare le navi delle ONG, le uniche  che hanno pensato sempre e solo a salvare le persone, al contrario delle navi del dispositivo di Frontex, orientate principalmente alla difesa delle frontiere. Probabilmente per la medesima ragione, i governi europei hanno permesso ad una nave di un gruppo di estrema destra, che predica il razzismo e il fascismo, di navigare senza nessun ostacolo e divieto. E ancora è criminale non avere un piano efficace di accoglienza per le persone che arrivano vive sulle nostre coste, dipinte come invasori da chi vuole creare il panico e alimentare il razzismo: poche rispetto ai milioni di profughi che scappano da violenza, guerra, fame, atrocità, e che trovano rifugio nei paesi più vicini (Libano, Giordania, Pakistan). Infine è criminale sgomberare (e per di più in modo violento) uno stabile in cui vivono 100 rifugiati tra cui famiglie, bambini, donne in gravidanza, in pieno agosto, senza nessuna soluzione abitativa da proporre – come accaduto a Roma – e chiudere centri sociali che spesso sopperiscono alle mancanze istituzionali, come avvenuto, sempre ad agosto, a Bologna.

Ma il nuovo approccio operativo e divulgativo del governo italiano è chiaro: fermare gli sbarchi o comunque affermare di averlo fatto sacrificando bambini, donne e uomini riconsegnandoli ai loro carnefici. Riportiamo le parole raccolte dai tanti ragazzi incontrati su ciò che rischiano in Libia: “Quando ti riportano indietro, hai due possibilità: o pagare o muori. Ci danno la possibilità di pagare con i nostri organi, ma se non riusciamo a pagare ci aspetta una morte lenta e violenta”.

La situazione a Palermo e provincia

Così i numeri degli arrivi sono calati e l’invasione di persone pericolose e violente è stata bloccata, ed un pugno di voti è stato recuperato anche per la falsa sinistra.

A Palermo non ci sono sbarchi da qualche tempo, ma le persone arrivano lo stesso in città da  altri porti. Sono stati aperti una serie di centri d’accoglienza,  soprattutto nei comuni limitrofi, così come richiesto dal Ministero dell’Interno che a Palermo e provincia pretende l’attivazione di ulteriori 1600 posti in accoglienza. Nonostante tale “pianificazione” la situazione appare poco chiara e ancora una volta emergenziale, e dunque lontana da un’accoglienza degna ed efficace.

I centri Baita del Faggio e Piano Torre

Uno dei centri fuori città che abbiamo visitato è Baita del Faggio, un ex albergo situato a 18 chilometri dal centro di Isnello, nel cuore del Parco delle Madonie. In passato già utilizzato come centro d’accoglienza, il 30 giugno è tornato a ospitare 90 ragazzi dichiarati maggiorenni, per lo più bengalesi, maliani, nigeriani ed ivoriani.

I ragazzi, il termine più adatto a questi per lo più giovanissimi ospiti, soggiornano nel cortile o nello spazio comune dell’albergo, intrattenendosi con una televisione e un tavolo da biliardo. A occuparsi di loro vi è un solo operatore ovvero un ex-ospite di Piano Torre Park Hotel, un altro (ex) albergo già da tempo diventato centro d’accoglienza, situato poco più a valle sulla medesima strada, a 10 chilometri circa da Isnello. A supporto dell’operatore interviene saltuariamente la responsabile di entrambe le strutture, gestiti dalla stessa cooperativa, che al momento della nostra visita accoglievano in totale 134 persone.

Nell’arco della mattinata, sia nel suo ufficio situato a Piano Torre che durante la visita a Baita del Faggio, la responsabile ci ha ampiamente e legittimamente illustrato l’esito positivo del suo incessante lavoro, in particolare si segnala la possibilità di formalizzare l’istanza di protezione internazionale presso il commissariato di Cefalù. Il risultato è una drastica riduzione dei tempi di attesa che, come è noto, rappresentano una costante fra le criticità del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo in Sicilia. A sottolineare l’importanza del canale diretto con il commissariato di Cefalù, bypassando la sempre più oberata Questura di Palermo, è intervenuta anche la vice-responsabile, recentemente assunta per sostenere il lavoro della responsabile, ben consapevole dell’importanza di ridurre i tempi di attesa grazie alle pregresse esperienze professionali quale responsabile di progetti SPRAR nel capoluogo siciliano.

A fronte dell’innegabile dedizione al disbrigo delle pratiche amministrative emerge però un’evidente carenza di operatori. Al di là degli ex-ospiti assunti, o in via d’assunzione, tra Piano Torre e Baita del Faggio si ha la netta sensazione che entrambe le strutture gravino sulla figura della responsabile. La stessa riconosce tale carenza e racconta di grandi difficoltà a trovare personale “del luogo” disposto a lavorare in questi centri, motivo per cui avrebbero definitivamente optato per l’assunzione di ex ospiti.

In particolare, si segnala come critica la situazione di Baita del Faggio. L’unico operatore non parla francese, il che comporta l’assoluta mancanza di comunicazione con i tanti ospiti francofoni per i quali, la responsabile, rappresenta l’unico contatto con il mondo esterno. L’esigenza di comunicare è emersa sin dal nostro arrivo presso la struttura. Non ci hanno sorpreso le tante domande ricevute, comprensibili ed in parte prevedibili in merito alla loro condizione amministrativa, ma bensì le domande “fuori tema”, sintomo di una condizione di semi-isolamento nonché chiara espressione dell’esigenza di comunicare con l’esterno.

Gli ospiti raccontano di noia e abbandono e lamentano mancanza d’informazione riguardo alla loro situazione legale e le loro possibilità d’agire. Nonostante l’inequivocabile impegno da parte della responsabile la situazione precaria del centro è evidente. “Vogliamo andare a scuola, imparare l’Italiano e conoscere gente del posto, ma qui siamo troppo lontani da tutto”, esclama un giovane nigeriano.

La distanza, aggiungiamo, non è solo geografica. La mancanza di mediazione linguistica-culturale può generare equivoci ed incomprensioni che, sottovalutati, possono condurre a situazioni critiche. Tutti gli ospiti, ad esempio, lamentano il rigido razionamento dell’acqua corrente disponibile solo un’ora dalle 8 alle 9 del mattino. La responsabile giustifica tale situazione con l’arida estate che avrebbe creato problemi di scarsità d’acqua in tutta la zona e che, al contempo, i ragazzi ne avrebbero utilizzato troppa costringendola a prendere queste misure.

Vale la pena ricordare che in passato tali strutture sono state già luogo di proteste da parte degli ospiti che chiedevano un miglioramento della loro condizione. Il clima di disperazione e sospetto riscontrato a Baita del Faggio ci induce a pensare che, senza un deciso cambio di rotta, la situazione è destinata a peggiorare. Prima di congedarci abbiamo avuto modo di confrontarci nuovamente con la responsabile delle due strutture ed anche con il proprietario. Abbiamo sottolineato la situazione critica di Baita del Faggio ricordando come eventuali proteste, probabili se non si interviene, potrebbero comportare denunce e/o revoche delle misure di accoglienza incidendo negativamente laddove non irreversibilmente sul futuro di questi ragazzi.

Futuro che, per molti di loro, dipende dalla capacità di reagire al presente. Alcuni, ad esempio, sognano semplicemente di andare a scuola, come S. e A., due ragazzi che abitano da quasi un anno e mezzo in un centro per minori in campagna nel comune di Torretta. Parlano un italiano molto buono e hanno ottenuto il diploma di terza media. Adesso vorrebbero andare avanti con gli studi e iniziare con il programma delle superiori. Questo però non è possibile perché non ci sono mezzi disponibili per accompagnarli. È palese, ed inaccettabile, come la posizione geografica del centro al quale si è assegnati incida sulla possibilità o meno di frequentare una scuola. È altrettanto evidente che frequentare la scuola, oltre a migliorare la conoscenza della lingua, rappresenterebbe un’occasione utile per conoscere e prendere contatti con altre persone, ampliare e/o creare nuove prospettivee opportunità legate anche alla conversione del titolo di soggiorno.

Ecco perché i suoi lunghissimi tempi che i richiedenti asilo e rifugiati passano nei centri sono un problema tanto grave, soprattutto se i centri poi sono così isolati: ostacolano chi ha voglia di impegnarsi, frenano le menti sveglie e attive, a volte fino a spegnerne il desiderio di autodeterminarsi lasciando persone disperate. Queste persone alla fine dell’iter sono rimesse in strada, da un giorno all’altro costrette a badare a loro stesse, dopo anni passati in una condizione di privazione dei propri diritti.

Palermo

Focalizzando l’attenzione su Palermo, si nota che sono stati recentemente aperti nuovi centri di primissima accoglienza. In questi centri i migranti vengono trasferiti immediatamente dopo le procedure di identificazione e, teoricamente, non dovrebbero restarci più di 48 ore, per poi essere spostati in un CAS. La gestione di questi centri d’emergenza è stata affidata alla Caritas e, in emergenza, anche alla Croce Rossa. Il funzionamento non è paragonabile a quello  dei CAS, a partire dal fatto che l’ente gestore non percepisce i “famosi” 35 euro al giorno per ogni persona affidatagli, ma una somma stabilita dalla Prefettura oppure, come nel caso del centro gestito dalla Caritas, lavora in base ai propri fondi.

Abbiamo incontrato alcuni ragazzi ospiti in questi centri che vivacizzano le strade del  centro multiculturale palermitano, che sostengono di non  aver ricevuto nessun supporto legale e psicologico, né un corso di italiano. In parte i ragazzi cercano questi servizi su propria iniziativa per esempio al centro Astalli, ennesima dimostrazione dell’importanza della società civile e del volontariato, costretti a sopperire alle mancanze istituzionali. Operatrici e operatori della Caritas o della Croce Rossa si trovano davanti a un compito per il quale non sono stati formati. È auspicabile che questi centri vengano al più presto sostituiti con centri  con operatori professionali, così come richiesto nei tanti bandi andati a vuoto negli anni e che costringono  la Prefettura  ad aprire centri in cui ammassare centinaia di persone per un tempo indefinito.

La mancanza di informazioni e l’incertezza sono provati, ad esempio, da quanto accaduto nel centro della Caritas che rispetto ai 54 ospiti iniziali, al momento, ne  accoglie circa 30. Gli altri hanno già lasciato il posto, rischiando di perdere anche quel poco che gli viene concesso.

I centri per MSNA

Inoltre, in questa situazione di mancanza di governance, si verifica un fatto veramente ridicolo:  la regione continua ad  autorizzare l’apertura di centri per minori in tutta la Sicilia, ma il blocco degli arrivi ha fatto sì che i minori siano di meno rispetto ai posti  disponibili, con la conseguenza che adesso sono gli enti gestori a lamentarsi di avere posti letto disponibili e quindi un guadagno ridotto.

Ancora, si segnala che persistono i ritardi nel trasferire i minori dai centri di primissima accoglienza  a quelli di secondo livello perché altrimenti non arriverebbero altri minori in sostituzione e, anche in questo caso, i guadagni si ridurrebbero. In questo momento, infatti, gli operatori dei centri che spesso non  ricevono lo stipendio da mesi e mesi, devono lottare anche contro i presidenti delle cooperative che si lamentano del mancato guadagno. Tutto come sempre si muove dietro il dio denaro.

A Palermo, la riduzione delle presenze di MSNA ha permesso alla Prefettura di riconvertire da un giorno all’altro i centri che aveva aperto in emergenza per la prima accoglienza per MSNA in CAS per adulti, vista la necessità di posti. La rimodulazione e la conversione, in alcuni casi, ha portato a disservizi che pagano gli ospiti come, ad esempio, la mancata consegna del pocket money.

Di fronte a questo sistema diventa sempre inevitabile la riflessione secondo la quale chi, in mancanza di possibilità d’ingresso legali e sicure, in un modo o nell’altro è riuscito ad arrivare alle nostre coste, in molti casi ha solo una strada ben definita davanti dopo anni di parcheggio in isolamento: il circuito della criminalità, che vive dello sfruttamento di queste persone ridotte a fantasmi non per caso, ma per volontà di un sistema che pone sempre il lucro sopra le persone.

Tutto questo avremmo voluto dire al ragazzo gambiano arrivato da  due settimane in Italia che ancora ci sorride e dice “Italyisverygood!”

Verena Walther

Borderline Sicilia Onlus