VISITA AL CENTRO SPRAR “ARETUSA ACCOGLIENZA” DI SIRACUSA. DOPO LA PROTESTA DI CHI CONOSCE E CONTINUA A DIFENDERE I PROPRI DIRITTI

E’ del 15 settembre la notizia di una protesta di una ventina di richiedenti asilo, ospiti del centro SPRAR “Aretusa Accoglienza”, che hanno bloccato per alcune ore il traffico automobilistico, stanziandosi con alcune sedie a ridosso della rotatoria che collega la strada statale di contrada Spalla a Belvedere e allo svincolo autostradale. http://www.siracusaoggi.it/video-esclusivo-dentro-il-centro-dove-e-nata-la-protesta-dei-migranti/. Il fatto non ha destato grande attenzione nei media locali, ma soprattutto manca all’appello della cronaca un approfondimento, anche minimo, delle motivazioni che hanno portato i migranti ad inscenare questa dimostrazione.

Arrivo al centro siracusano nella tarda mattinata di venerdì 26 settembre. La struttura,un complesso di singoli appartamenti precedentemente adibiti ad alloggi per i dirigenti delle vicine raffinerie, sorge tra i numerosi edifici e complessi commerciali ed industriali che si susseguono sulla strada statale in contrada Spalla, alle porte di Siracusa. Prima di accedervi, incontro tre ragazzi in un bar vicino che mi dicono di abitare al centro, ed essersi allontanati per fare delle piccole commissioni. “Sono qui da tre mesi”, mi racconta F. “Ma solo da poco posso permettermi di venire qui a prendere un caffè. Fino a pochi giorni fa non avevo nemmeno i soldi per questo, e ora non mi sembra vero”. Uno dei motivi principali per cui è stata messa in atto la protesta, è infatti la mancata erogazione, per ben due mesi e mezzo, del pocket money mensilmente dovuto ai ragazzi del centro. La questione del pocket money è infatti uno dei temi più importanti della chiacchierata tra me e il coordinatore del centro, Dott. Pino, che incontro poco dopo nella struttura. Pino mi spiega innanzitutto che il centro Sprar “Aretusa Accoglienza”, gestito dalla Cooperativa Sociale “Luoghi Comuni Onlus”, ha aperto il 23 maggio di quest’anno, con la possibilità di ospitare 75 persone, e la prospettiva di allargare ad altri 75 nel futuro. Ad oggi nel centro sono presenti 62 profughi, dato che ultimamente alcuni hanno fatto richiesta e ottenuto l’ok per passare un mese lontano dalla struttura alla ricerca di lavoro. Provengono da Mali, Gambia, Senegal, Pakistan, Eritrea, Afganistan. Alcuni hanno già incontrato la Commissione, ottenendo per la maggior parte un permesso di un anno, ma i più sono ancora in attesa di una risposta. In particolare per gli ultimi arrivati, una ventina circa di ragazzi giunti alla metà di giugno, non è stato ancora possibile compilare in questura il modello C3, ed avviare quindi la procedura per la richiesta della protezione internazionale! Pino mi illustra come questi ragazzi, provenienti per lo più dall’agrigentino, siano arrivati al centro praticamente senza aver completato il foto segnalamento, avendo lasciato solo le impronte digitali. Ora, a gruppetti e su appuntamento, sono portati dagli operatori in questura per effettuare tutti i passaggi necessari, inserendosi finalmente in un processo che si prospetta quindi esasperatamente lungo. Alla desolazione e frustrazione che accompagnano questa attesa, si è sommata fino a pochi giorni fa, precisamente fino al 24 settembre, la questione del mancato pagamento dei pocket money. L’accordo sottoscritto da responsabili e ragazzi al momento dell’arrivo, che regola i centri Sprar su tutto il territorio, prevede infatti l’erogazione di un pocket money di 2.50 euro giornalieri, che da metà giugno il Ministero non ha fornito. Ciò ha comportato ovviamente una serie di innumerevoli disagi oltre che la violazione di un diritto sancito dalla legge. Le diverse giustificazioni, motivate da ritardi a catena nei finanziamenti, non hanno fatto desistere i responsabili della cooperativa dai continui solleciti, e, come mi confermano poi anche i ragazzi, in questi mesi sono stati organizzate diverse riunioni con ospiti e operatori, per spiegare e fare il punto della situazione. “In tutti questi mesi di attesa abbiamo cercato di dare ai ragazzi tutto ciò che potevamo. Caffè, sigarette, la possibilità di chiamare casa”. Ma l’esasperazione intanto è cresciuta, e alcuni dei ragazzi che avevano la possibilità, si sono fatti spedire soldi da casa, proprio da quei paesi che hanno lasciato per sfuggire guerre e persecuzioni!!! Pino nota il mio stupore per questo triste paradosso, e mi parla di come ci sia reciproca stima e conoscenza tra operatori e migranti: “Conosciamo e seguiamo le vicende di ogni ospite. Sappiamo che molti sono laureati o professionisti e le famiglie possono supportarli. Nel nostro staff, oltre a 7 operatori, assistente sociale, operatori medici, legali ed amministrativi, abbiamo anche ben 3 mediatori culturali”. Si rivolge poi ad un operatore con noi nella stanza “Lui, responsabile amministrativo, segue anche i percorsi di inserimento formativo e lavorativo, a partire dalla compilazione del curriculum vitae dei ragazzi. Lunedì 29 settembre poi, in molti inizieranno a frequentare corsi di lingua italiana a Siracusa”. Giunge il momento del pranzo. Pino mi spiega che dovendo gestire grossi numeri, la scelta del catering è stata quasi obbligata, anche se l’idea di una gestione dei pasti da parte degli ospiti non è stata ancora esclusa per il futuro. Lascio l’ufficio dell’amministrazione e parlo con diversi ragazzi mentre consumano il loro pasto “So che a loro sembra complicato ma a noi basterebbe poco se ci permettessero di fare la spesa e cucinare. Io mi trovo in Italia da più di un anno e ho completamente dimenticato cosa significa poter scegliere cosa mangiare e come. A volte pesa”, mi dice M., mentre finisce lentamente la sua razione. Cammino un po’ tra i diversi stabili di appartamenti che costituiscono il centro. I migranti si affacciano dalle loro stanze mentre puliscono, richiamano gli amici, e mi invitano a sedere con loro. “Sei una giornalista? Sei venuta per parlare della protesta?” , queste sono le domande che mi fanno quasi tutti “Te lo chiedo perché qui, prima dei fatti della dimostrazione, non è mai passata tanta gente che si interessasse alla questione dei soldi, perlomeno non come dopo la nostra protesta. E noi non uscivamo nemmeno tanto, appunto perché non potevamo pagarci il bus, senza soldi”esordisce C. “Io sono andato diverse volte in città, in prefettura, agli uffici di alcune associazioni, e ho chiesto spiegazioni sul perché tardavano i pagamenti” mi dice A, con in mano l’accordo che ha firmato all’entrata. “Ho inviato anche delle mail a Roma e la riposta ricevuta è stata quella di aspettare. Ma io conosco i miei doveri e i miei diritti, e per questo non ho smesso di chiedere, anzi di denunciare ciò che stava succedendo”La discussione si allarga ad un altro gruppo di ragazzi sub sahariani di passaggio “Il fatto è che spesso quello che viene scritto poi è diverso da quello che succede. Quando mi hanno ritirato il permesso, dopo che ho ricevuto il diniego e depositato il ricorso, non mi hanno lasciato nemmeno una ricevuta in mano. Questo significa che se mi ferma la polizia e non ho niente da esibire, nel caso migliore passano ore per risalire al fatto che non sono qui come illegale ma come ricorrente. Perché questo?”Sono tante le questioni che evidenziano come una visione più in profondità delle vicende, faccia emergere una serie di oppressioni quotidiane “Molti ci dicono che siamo fortunati perché abbiamo cibo tutti i giorni. Ok, questo è vero. Ma è vero anche che come tutti vorremmo poter uscire, conoscere persone, imparare l’italiano e anche lavorare. Ma come facciamo se da domani non avremo soldi ancora per tre mesi?” “Io sono in Italia da un anno e mezzo” dice C. “sono arrivato al nord, partendo dal Pakistan, e ho fatto richiesta d’asilo a Caltanissetta. Sono molto stanco, anche perché ho studiato e potrei lavorare. Ma qui a Siracusa mi sento isolato. Aspetto solo che inizi la scuola, e temo solo ritorni ancora il momento in cui dovrò chiedere soldi ai miei amici, come in questi mesi” “Attese estenuanti per tutto: documenti, soldi, visite mediche, risposte dall’Ufficio Immigrazione. Questo ho trovato purtroppo, e ogni giorno devo sforzarmi per fidarmi e non perdere la testa” dice A, dal suo angolo. “Un giorno non avevo i soldi x comprarmi le sigarette e mi sono ritrovato per la strada a raccogliere i mozziconi. Ho sempre fumato parecchio, una sigaretta non mi basta e qui, con tanto tempo a disposizione, la mia dipendenza aumenta. Mi sono sentito un niente in quel momento”. Parliamo della necessità di ampliare il numero delle Commissioni, dell’importanza del rispetto dei diritti sanciti per legge e della necessità di avere da subito i primi strumenti, come l’italiano, per la propria integrazione. “l’importante è conoscere cosa ci spetta e cosa dobbiamo fare”conclude A. “Questo a me dà una grande forza e determinazione”.
Lucia Borghi
Borderline Sicilia Onlus